06/05/2014

"El Juez", el triunfo de un inmenso Josep Carreras en su vuelta a la ópera escenificada en Bilbao

Sembrava un sogno difficilmente realizzabile. D'un tratto la grande notizia circa un anno fa. Poi le vendite dei biglietti, i primi dettagli, la locandina, e quella prima, meravigliosa fotografia del primo giorno di prove nel bellissimo foyer del Teatro Arriaga: forse la prima testimonianza tangibile, con quell'espressione felice ed entusiasta dipinta sul volto del nostro tenore. Il sogno era in fase di realizzazione.
Abbiamo vissuto quest'ultimo mese con grande trepidazione, seguendo costantemente l'evoluzione delle prove musicali, di quelle sul palco attraverso le immagini e i brevi video divulgati dallo staff dell'Arriaga e dagli interpreti più attivi sui social network. E così il sogno è divenuto realtà.
Dopo 8 anni, Josep Carreras è tornato a trionfare sul palco operistico con una nuova opera composta per l'occasione, per la gioia di chi era presente e di chi avrebbe tanto desiderato esserlo.
Josep Carreras ovationed over 20 minutes with his collegues.
Foto: Ítaca (facebook)
L'atmosfera fuori dal Teatro Arriaga, scelto appositamente da Carreras per la serietà ed il rigore nel lavoro, era gonfia di entusiasmo ed aspettative. La piazza era gremita di persone provenienti da tutte le parti del mondo, nello specifico da 18 paesi. Si sentiva parlare castigliano, inglese, italiano, tedesco, catalano, giapponese... una moltitudine di idiomi al servizio di uno ancora più universale: la musica e l'ammirazione sconfinata per un artista che ha marchiato molte delle pagine più belle ed emozionanti della storia dell'opera lirica a partire dagli anni settanta del secolo scorso.


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La tensione si faceva più spessa nel prendere posto in sala e nel sentire l'accordatura dell'orchestra, l'ingresso di David Giménez. Tutto era pronto per la prima mondiale di El Juez (Los niños perdidos). Su musica di Christian Kolonovits e libretto di Angelika Messner tradotto in lingua spagnola, l'opera si incentra su un tema drammatico di forte attualità quale i bambini scomparsi durante il Franchismo, tolti ai genitori dissidenti e rieducati in ambiente cattolico. Proprio di questi tempi, si sta tornando ad investigare giuridicamente su questi casi.
Chi è accorso all'Arriaga esclusivamente per il grande ritorno di Josep Carreras si sarà accorto ben presto di quanto il cast fosse ben nutrito, con un grande assortimento di voci ed interpreti assolutamente indicati per il loro ruolo.
Gran parte di loro viene presentata nell'immediato: la scena, infatti, si apre con il cameraman Paco, interpretato dal baritono Manel Esteve, con la giornalista Paula, il soprano Sabina Puértolas, e le due suore, ciascuna con un temperamento contrastante con quello dell'altra: Itziar de Unda esprime la gioia di vivere con la coloratura, mentre María José Suárez, guardinga, gestisce la situazione con prudenza sfoggiando un timbro corposo da mezzosoprano.
Con l'ingresso del suo personaggio, il cantautore Alberto, il tenore José Luis Sola regala le prime frasi che mostrano la natura straordinariamente melodica dell'opera, con la sua Canción del pañuelo, con cui richiama l'attenzione sulla vicenda del fratello scomparso, Fernando García. Questa canzone sarà fondamentale, la leva che metterà in moto tutta la vicenda: commuoverà profondamente Paula, fino a farla innamorare, colpirà il giudice Federico Ribas e risveglierà le coscienze del popolo, in particolare di coloro che sono stati colpiti dallo stesso dramma. Con il duetto Su canción Sr. García me conmueve, che avevamo in parte già ascoltato in anteprima, Sola e Puértolas offrono le prime emozioni con frasi bellissime, creando un'atmosfera quasi sognante.
A quel punto il pubblico sembrava assorto, tanto da non aspettarsi all'improvviso l'apparizione di Josep Carreras. Appena l'ho visto in scena, là seduto, mi si è fermato il cuore.

María José Suárez (María), Laia de la Fuente (the judge's daughter)
and Josep Carreras (Federico Ribas). El Juez, act I.
Photo: Teatro Arriaga
Fin dalle prime frasi, mette in luce il turbamento del suo personaggio, il juez Federico Ribas, in seguito all'ascolto per televisione del brano di Alberto García: emerge subito il suo tormento interiore, tradotto in musica con un motivo ipnotico, ricorrente, volto a rappresentare voci dei bambini scomparsi, che risuonano nella sua testa senza dargli pace. Lo vediamo insieme alla figlia, interpretata dalla piccola Laia de la Fuente, e a María, sempre interpretata da María José Suárez.
Federico è fragile, combattuto, non sa se schierarsi a favore della verità o cedere alle minacce di uno spietato presidente di un'organizzazione politica di estrema destra, che lo obbliga a soffocare lo scandalo e a firmare una dichiarazione che vieta l'apertura degli archivi.
Sistema cruel è l'aria che riflette la sua contraddizione tra il desiderio di giustizia e la colpa che lo corrode per prestarsi al tacitare gli actos innobles, diventandone complice. È la prima, grande mostra della sua forza vocale e dello straordinario dominio del registro drammatico, che merita la prima ovazione entusiasta della serata. Carreras risultava intenso come sempre, la sua voce risuonava potente, riempiva la sala e non mostrava alcun segno di fatica. La maestria e le doti interpretative erano intatte, la presenza scenica straordinaria. E proprio quando le parole "ritorno sullla scena operistica" erano sulla bocca di tutti, a vederlo così, immenso come sempre, sembrava convincerti che in realtà non se ne fosse mai allontanato.

Carlo Colombara and Josep Carreras.
Photo: Teatro Arriaga
Nel frattempo, il basso italiano Carlo Colombara aveva presentato al pubblico il suo personaggio, il perfido, cinico e spietato Morales, il più cattivo dei cattivi di sempre nel panorama operistico. Nella sua aria iniziale, Los padres muertos, cual criminales, con il suo timbro profondo, si mostra imponente ed autoritario, assolutamente corretto nel rendere l'animo duro e maligno del portavoce dell'ala più estrema del franchismo, in un castigliano perfetto.

Il secondo atto lascia spazio soprattutto agli elementi del Coro Rossini, nei panni di un popolo infiammato dalla protesta e dal desidero di scavare a fondo per riportare alla luce la verità. Menzione particolare a Milagros Martín, nei panni di un'anziana che denuncia i furti commessi dalla Badessa del convento, la urraca negra, la quale aveva un debole per un bambino, da lei allevato come un figlio: casualmente, quel bambino era proprio il juez Ribas, colui che aveva firmato affinché gli archivi rimanessero chiusi.
Il cantautore, amareggiato, decide di recarsi personalmente nel convento per scoprire la verità su suo fratello. Paula teme che possa succedergli qualcosa. A questo punto troviamo una delle melodie senz'altro più riuscite, in cui tanto José Luis Sola quanto Sabina Puértolas esprimono al meglio le loro doti: Un alma, un aliento è il duetto che rende ufficiale il legame sentimentale tra i due personaggi, e concede ad entrambe le linee vocali molto spazio nel registro acuto in cui entrambi si rivelano straordinari, mostrando notevole agilità e finezza nel fraseggio.
Josep Carreras rientra in scena, ma il suo personaggio viene accolto dagli altri con marcata ostilità: il giudice non sa gestire il proprio tormento, vuole comprendere, ma la gente vede in lui un traditore, complice del sistema, che rema contro la verità, e per questo viene duramente attaccato dai genitori, fratelli di bambini strappati alle loro famiglie. Paula prende le sue difese, e gli intima di rivolgersi a Alberto García, il cantautore, per giungere insieme a una soluzione.
Sabina Puértolas and Josep Carreras.
Photo: Teatro Arriaga
Carreras è bravo nell'esprimere l'angoscia del giudice, magistrale anche a livello teatrale. Bellissima l'interazione con Sabina Puértolas, in un momento di forte tensione drammatica che presenta per entrambi incursioni nella fascia più grave, con una squisita conclusione in piano.

Il terzo atto porta in scena quello che, a mio modo di vedere, è l'altro personaggio psicologicamente più complesso e interessante insieme al giudice, la badessa. Il mezzosoprano Ana Ibarra realizza una splendida interpretazione data la complessità del ruolo. Dapprima la vediamo in un forte scontro verbale con Morales, furioso dopo aver scoperto l'identità del fratello del cantautore, proprio Federico Ribas.
La urraca negra è la responsabile del rapimento dei bambini, per tanto la sua anima si presenta oscura e corrotta: tuttavia, dietro tale atto spregevole, si nasconde il desiderio di essere madre e la consapevolezza di aver ricevuto di più dai bambini, in particolare dal suo Federico, che da Dio stesso, quindi dalla sua "presunta" vocazione religiosa. Riesce ad essere molto intensa, in perfetta armonia con la musica che Kolonovits ha scritto per lei, drammatica ed introspettiva, che si rischiara solo nel momento in cui si fa luce nella sua anima ed emergono i veri motivi.
Colombara prosegue sulla scia iniziale, nel confronto del suo personaggio con la badessa ed ancor di più nel divorare l'anima del povero Alberto che, nel frattempo, si era introdotto nel convento: gli promette il fascicolo del fratello, ma in cambio Alberto dovrà allontanarsi dalla vita pubblica, rifugiandosi nella casa dei genitori. "Es por tí hermano", le parole di Alberto. Bravissimo Sola nel passaggio in pianissimo.
Nel rivelare sempre più la sua natura diabolica, Morales viene raggiunto dai suoi uomini: Alberto Nuñez, José Manuel Díaz, Mikel Zabala e Giorgi Meladze si uniscono a Colombara in una marcia musicalmente straordinaria, in cui confidano nel ritorno dei tempi d'oro, "los tiempos dorados volverán".

Alberto Nuñez, Mikel Zabala, Carlo Colombara, Giorgi Meladze, José Manuel Díaz
Photo: Teatro Arriaga
La scena cambia e torna Josep Carreras nei panni del giudice, colto da sensazioni strane nel trovarsi fuori dalla casa dei genitori di Alberto, che lui non sa essere anche i suoi.
Tornano le voci dei bambini scomparsi, con quel leitmotiv registrato dai bambini di Kantika Korala: inondano la sua mente e gli arrecano dolore, malessere.
Josep Carreras
Photo: Clasica y Tuits
È il momento dell'altra grande aria del giudice, Tras los ojos llora el alma, dalla bella melodia commovente, introspettiva: Carreras esprime il dramma interiore del suo personaggio in maniera straordinaria, coniugando magnificamente la sincerità dell'intenzione e quel fraseggio tipicamente suo. Il pubblico non può trattenere l'emozione e lo premia con un nuovo, calorosissimo applauso e ripetuti bravo.
L'incontro con Alberto, seppur il giudice sia spinto dalle migliori intenzioni, non avviene nel migliore dei modi: le voci infantili si fanno sempre più insistenti, ripetono "mi corazón no puede más", Federico è emotivamente esausto ed l'atteggiamento di Alberto lo indispettisce ulteriormente. Vorrebbe andarsene, ma viene a crearsi uno scontro fisico e verbale, ma l'arrivo di Paula ristabilisce l'ordine, non senza fatica. Di impatto la frase dei due tenori, in tonalità e intensità diverse. Federico comprende che l'unico modo per scoprire la verità è parlare con la badessa, ed esce di scena.
José Luis Sola, Sabina Puértolas, Josep Carreras
Photo: Clásica y Tuits
Nel frattempo, Paula chiede aiuto ad Alberto per placare la furia della gente, ma, per quanto vorrebbe stare insieme a lei, il cantautore è costretto a rifiutare a causa del patto stretto con Morales: torna brevemente il motivo di Un alma, un aliento, per un ultimo istante di sogno, prima dell'addio. Magnifico José Luis Sola.

Il quarto atto riporta in scena la badessa, colta in un momento di analisi interiore e del suo passato, mentre invoca ripetutamente la pietà della Vergine Maria: l'interpretazione di Ana Ibarra è molto convincente e raggiunge livelli altissimi nella scena successiva con Josep Carreras.
Come annunciato, infatti, Federico si reca al convento in cui è stato allevato per avere un colloquio con lei e fare luce sul suo passato e sulla verità: tutt'ora la badessa lo vede come un figlio, ma Federico è determinato a scoprire la verità, e la accusa di condividere la colpa con lui, quali la urraca negra e il suo preferito. Il climax viene raggiunto nel momento in cui la badessa gli consegna la sciarpa di seta che aveva conservato in tutti quegli anni, e il giudice realizza così di essere il bimbo della sciarpa di seta, oggetto della canzone del cantautore, e quindi suo fratello.
Josep Carreras and Ana Ibarra
Photo: Clásica y Tuits
Il crescendo dell'orchestra, insieme alla disperazione che Josep Carreras infonde al suo personaggio, sono senz'altro uno dei passi emotivamente più toccanti e drammatici. Sento ancora il modo in cui Josep dice la frase "el niño del pañuelo soy yo", con quel passaggio d'intensità da piano a forte, assolutamente straziante. Ben presto il dolore evolve in rabbia che sfoga contro la badessa e l'immensa quantità di menzogne che gli ha sempre raccontato. Il giudice è indignato ma la sua furia non impressiona la badessa che, ancora, rifiuta di aprire gli archivi, perché i fascicoli non solo sono proprietà della Chiesa, ma sono la sua vita. Come se non bastasse, giunge dalle altre sorelle la terribile notizia del rapimento della figlia del giudice da parte, come viene lasciato credere, di Alberto García. Federico corre a salvare la piccola, senza prima aver accusato la badessa, colpevole di un'ulteriore niña perdida.
Davanti alla casa dei genitori di Alberto trova però Morales ad opporre resistenza e a sfoderare nuovi ricatti. Ma ora Federico ha le idee chiare, sa che vuole stare dalla parte della giustizia, non è più disposto a lasciarsi manipolare e lascia a bocca aperta l'ignobile franchista, informandolo di conoscere tutta la verità. Morales lo minaccia nuovamente, lasciandogli pochi minuti per scegliere tra la vita della figlia e il suo incarico. Rientra Paula in cerca di Alberto, ma trova Federico che la informa del mare di bugie sull'eco delle note della sua aria emblematica del primo atto, Sistema cruel.
Tra la folla si fa largo Alberto con la bambina, ingiustamente accusato dalla folla quale traditore, negando di aver scambiato il fascicolo di suo fratello per la figlia del giudice. In quello stesso momento si consuma la tragedia: Morales spara ad Alberto colpendolo a morte. La bambina si rifugia tra le braccia del padre che, a sua volta, si presenta ad Alberto come il fratello che stava cercando. Il cantautore, una volta riconosciuta la sciarpa di seta, si sente pronto a lasciare questo mondo, consapevole di aver ritrovato il bambino del quale sua madre, in punto di morte, gli aveva parlato. Gli ultimi momenti insieme a Paula e a Federico sono gonfi di emozione non solo per l'interpretazione di José Luis Sola, ma anche per la musica: Kolonovits combina diverse riprese delle frasi musicali più rappresentative dell'opera, e quando Sabina Puértolas si somma al tenore nell'eco di Un alma, un aliento è molto difficile trattenere la commozione.
Sabina Puértolas, José Luis Sola, Josep Carreras and Laia de la Fuente.
El juez: act IV
Photo: Clásica y Tuits
La morte di Alberto implica inevitabilmente svolta drammatica anche nella musica: Carreras, ancora una volta, rende alla perfezione il dolore inconsolabile del suo personaggio, che ha perso suo fratello nel momento stesso in cui l'ha ritrovato. Federico è sorpreso nel vedere apparire la badessa: "no te cansas de hacer el mal?", le chiede, ma in realtà lei riconosce il proprio fallimento personale ed è intenzionata ad aprire gli archivi, mirando così alla redenzione. A questo punto, Morales è rimasto l'unico grande cattivo: davanti alla telecamera di Paco, Manel Esteve, spietato riprende la marcia del terzo atto e ne rincara i contenuti, prima di sparire definitivamente dalla scena.
Federico è inconsolabile, ma Paula gli indica la via del perdono come unico rimedio possibile. La giornalista, nonostante abbia appena perso l'uomo cui era legata sentimentalmente, si rivela personaggio chiave, quale simbolo della speranza come unica possibilità di salvezza. Ad ogni modo, l'ultima riflessione spetta al giudice, speranzoso in un futuro migliore, in cui bene e male si danno la mano. All'ultima frase si unisce anche Sabina Puértolas, per un emotivo finale congiunto sulla parola perdono.

L'opera ha avuto un successo strepitoso, sia la notte della prima, sia nelle due repliche successive. Il risultato finale aveva superato ogni previsione, e questo è sicuramente stato motivo di sorpresa e soddisfazione per tutti. È risaputo, infatti, che l'opera contemporanea deve costantemente lottare contro i pregiudizi e lo scetticismo degli amanti della migliore tradizione. Tuttavia, il compositore austriaco Christian Kolonovits ha saputo dare vita a una musica dalla struttura comunque classica, anche se dalle sonorità molteplici, che sfociano a tratti negli stili più leggeri del musical, del pop e del jazz. Probabilmente, se avessi scritto quest'ultima frase semplicemente citando una recensione della stampa e senza averla ascoltata di persona, anche io avrei nutrito qualche perplessità: devo riconoscere, invece, di essere rimasta profondamente stupita di come il mio orecchio un po' "tradizionalista" si sia approcciato alla musica non solo senza alcuna difficoltà, ma addirittura con grandissimo piacere. È semplice e complessa allo stesso tempo: immediata all'ascolto, molto scorrevole e mai pesante, profondamente melodica con motivi ricorrenti, alcuni dei quali davvero incantevoli, che facilitano la memorizzazione; a tratti è anche complessa, concettuale, in linea con una trama ben strutturata e accattivante, e ad una dettagliata caratterizzazione dei personaggi, alcuni dei quali di notevole spessore psicologico.
Il Maestro David Giménez è stato bravissimo con l'Orchestra BIOS, la partitura era davvero complessa, ma è stata risolta splendidamente. Complimenti anche al Maestro Husan Park, per il suo prezioso contributo.

Un'opera interessante tanto da ascoltare quanto da vedere: il direttore di scena Emilio Sagi, e lo scenografo Daniel Bianco hanno realizzato un ottimo lavoro, con un allestimento semplice e decoroso, a tratti di forte impatto come dimostrano la caduta improvvisa delle bambole dall'alto, a voler rappresentare i bambini scomparsi, lo scontrarsi tra i due archivi all'avvio del terzo atto, o la lampadina che cala dall'alto ad illuminare il volto della badessa, quasi a voler far luce sulla sua interiorità.

Gli applausi non si sono risparmiati: pensate che la sera della prima si sono registrati più di venti minuti di applausi e bravo: apprezzamenti per tutto il cast, che si è mostrato all'altezza della situazione, facendo fronte alle difficoltà che comporta un'opera mai rappresentata prima, in coincidenza con il grande ritorno operistico di una leggenda vivente nella storia dei cantanti d'opera.
Photo: kindly offered to Blog Josep Carreras by B.G.
Particolarmente apprezzati Carlo Colombara, Ana Ibarra e la coppia navarrese, José Luis Sola e Sabina Puértolas.
Nel momento in cui Josep Carreras, per ultimo, ha fatto il suo ritorno sul palco, il Teatro Arriaga si è letteralmente infiammato. Tutti in piedi per rendere omaggio a un artista che, dopo 8 anni, ha voluto rimettersi in gioco cimentandosi con un'opera nuova, ed affrontandola come credo nessuno avrebbe potuto aspettarsi: con grande dignità, profondità e straordinaria presenza scenica.
Photo: kindly offered to Blog Josep Carreras by B.G.
Sicuramente Kolonovits ha tenuto ben conto delle sue caratteristiche vocali attuali, realizzando un ruolo "su misura", costruito prudentemente sul registro di centro, per evitare che la voce si sforzasse troppo, ma dotato comunque di momenti preziosi che Carreras ha saputo realizzare con l'impressionante maestria di sempre, con finezza e bello stile. Qualcuno ha scritto che il registro acuto è stato ampiamente compensato dal giovane collega, José Luis Sola, ed è vero. Tuttavia, il nostro tenore ha dimostrato di potersi ancora distinguere sul palco d'opera, con molte qualità ancora intatte come la dizione impeccabile, il fraseggio raffinatissimo, e soprattutto la sensibilità interpretativa, l'intenzione sincera e autentica che lo rendono da sempre unico e speciale. Inoltre, la sua voce  riempiva ogni angolo della sala, risuonava grande e grandiosa, tanto nelle sfumature drammatiche quanto in quelle liriche. Questi sono solo alcuni dei motivi per cui, se solo non si fosse abbassato il sipario, gli applausi per lui sarebbero continuati ancora a lungo. Ha riconfermato l'umiltà che ha conquistato i suoi più giovani colleghi durante le prove: non avrebbe voluto separarsi dal gruppo, se non fosse stato per Emilio Sagi che, giustamente, lo ha trascinato in avanti per ricevere il meritatissimo omaggio del suo pubblico. Aveva vinto brillantemente la sua sfida. Era emozionato e felice, e tutti noi con lui.

Photo: Ítaca (facebook)
Personalmente, non credo di essere in grado di descrivere l'emozione che ho provato durante le recite, non so esprimervi pienamente cosa significasse per me poterlo applaudire in questa occasione: non avrei mai creduto di avere l'opportunità di vivere un'opera con il mio tenore dal vivo, senza schermi, senza dvd. Pensavo fosse troppo tardi per me, di aver perso ogni occasione disponibile a causa della mia giovane età. Invece, posso orgogliosamente dire di avere realizzato il mio impossible dream: ora anche io so cosa vuol dire assistere a un'opera con Josep Carreras, vederlo trionfare, ed emozionarmi con lui.

In questo video lo vedete, ancora visibilmente emozionato, mostrare la propria gratitudine al Teatro Arriaga e al suo pubblico per questa prima mondiale che lo ha riportato in scena. Dopo le tre recite estive di Erl nel Tirolo austriaco, del 9, 12 e 15 agosto, speriamo davvero che l'opera raggiunga tante altre mete.
GRÀCIES JOSEP PER FER-HO POSSIBLE!!

The English translation will be published in the following post.

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